Blazer La Da Redoute Da Redoute Blazer Donna Donna Da La Donna Blazer Dolores Valandro e Cecile Kyenge, l’una leghista padovana, l’altra ministro per l’integrazione. L’episodio è di qualche giorno fa, la sua valenza sta nei fatti. Che la libertà di opinione venga declinata da quelli che eufemisticamente possono qualificarsi come poveri di spirito – e non necessariamente sul web, come qualcuno persevera ostinatamente a ritenere – in termini di insulti e volgarità è ormai cosa nota. Ugualmente nota è la sensazione di fastidio, risentimento e spesso indignazione che si avverte quando ciò accade: sensazione che qualcuno, ogni volta e inevitabilmente, reputa di dover pubblicamente e ufficialmente manifestare.

Potrebbero definirsi come professionisti della riprovazione quelli che non perdono occasione per esprimere sdegno di fronte a ogni fatto di infimo livello, specialmente se riguardi un soggetto pubblico e di norma politico. Tanto da indurre a domandarsi, all’ennesimo evento e alla conseguente certa stigmatizzazione, se qualcuno – a parte chi, con le bassezze di cui è autore, qualifica il proprio livello, e parimenti chi, per affinità di livello, le condivide – possa non essere d’accordo con loro.

L’assoluto rifiuto, razionale ed emozionale, per un atto di inciviltà – qual è un comportamento o anche solo una frase che rasenti, o forse costituisca, un reato – in una società che a pieno titolo possa dirsi civile non è un’opinione: è sostanza, tessuto connettivo e, quindi, proprietà costituzionalmente intrinseca della società medesima. Il motivo per cui si abbia bisogno, a ogni episodio, di rinnovare ufficialmente quel rifiuto non è di immediata intuizione.

Perché vi sono eventi che si commentano da sé. E le conseguenti pubbliche reazioni – come sottotitoli indignatamente esplicativi del significato di quegli eventi – risultano tanto stucchevoli quanto irritanti per coloro i quali reputino che la capacità lesiva di certi gesti non abbia bisogno di essere socialmente ribadita, semmai, giuridicamente sanzionata.

Non si vuole negare o limitare, a chi si ostini a fare oggetto di riprovazione quanto non potrebbe non esserlo, la più ampia libertà di espressione: se ne sospetta, tuttavia, la strumentalità ad altri fini. E ci si chiede quali. Il ruolo pubblico rivestito impone forse una rappresentanza emozionale, oltre che istituzionale? O l’obiettivo è quello di non dare adito a ipotesi di apatia morale e, chissà, anche politica? O, ancora, si ritiene doveroso sensibilizzare una collettività per la quale si teme l’assuefazione al turpiloquio, alla volgarità o al gesto ignobile usati come metodo?

Ancorché variamente manifestato, il modello etico che i professionisti della riprovazione intenderebbero costituire, così come l’intento educativo che parrebbero perseguire, non sembra molto credibile. Più fondata, in quanto sostanzialmente comprovata, è invece una certa loro propensione alla propaganda elettorale permanente: sì da far apparire l’atto di infamia quale prova evidente della superiorità della propria parte rispetto a quella cui appartiene chi ne è colpevole; e così, indirettamente, l’infamia stessa quale elemento connotante quella parte, anziché quale risultato dell’irresponsabilità del suo singolo componente.

La politica è, a suo modo, un mercato. E un mercato che funzioni punisce da sé, spontaneamente e in forza dei meccanismi sulla base dei quali si autoregola, i peggiori: comunque essi si atteggino e a qualsivoglia fine agiscano. Si lasci, quindi, operare la sanzione elettorale, la cui portata continua a dimostrarsi rilevante ed efficiente, evitando ogni volta di reiterare l’espressione di quella morale, tanto vera e condivisa, quanto ovvia e scontata.

Ma, soprattutto, sul palcoscenico della notizia resti in evidenza chi – vittima o autore – ne è stato attore. Gli altri ne stiano lontani. Per farsi pubblicità, purtroppo, avranno altre occasioni.